GENDER LOBBY gay ideologia Illuminati talmud gender

30.04.2015
Cosa c'entrano Gesù, Marx e il pensiero gender?
Per una nuova chiave di lettura economica
Cosa c'entrano Gesù, Marx e il pensiero gender? Hanno a che fare con l'interpretazione della parabola dei talenti. Per qualcuno la parabola sarebbe la legittimazione cristiana del capitalismo.
Ma andiamo per ordine. Stiamo riassumendo i contenuti di una polemica suscitata dalle analisi di Alain De Benoist, filosofo francese, fondatore della Nouvelle Droite, ateo convinto, il quale ha sostenuto il collegamento tra capitalismo liberale, mistica del desiderio e pensiero gender.
Tesi che hanno stimolato una interessante riflessione anche sulle colonne del settimanale “Tempi”, da parte di una lettrice di matrice cattolico-liberale (Giovanna Jacob). Ora, naturalmente, non è mia intenzione affibbiare etichette tardo-ideologiche alle persone o giudicarle in quanto tali (siamo tutti in viaggio, in cammino, siamo “uomini-ponte”, non “uomini-mura”, come ha scritto Sua Santità), quanto contribuire in modo più specifico ad una riflessione a 360 gradi, che credo possa riguardare i cattolici impegnati sul campo.
Il tema è ridisegnare nuovi scenari per rafforzare la buona battaglia cattolica antigender, uno dei tanti (e più preoccupanti) falsi miti di progresso. Dunque, Alain De Benoist ha detto esplicitamente a IntelligoNews che il pensiero gender è figlio del liberal-capitalismo, perché se l'economia si basa sul desiderio (e non sulla necessità), per sua natura, il desiderio individuale è illimitato. Ed è del tutto normale che una visione economica di questo tipo non possa non riflettersi col tempo sul modo di pensare, sulla politica, sulle scelte esistenziali e sulla vita intima (sessuale) delle persone. Il gender altro non è che l'acquisto, la vendita, la svendita di tutto (sesso, identità, mogli, mariti, figli, uteri, seme maschile), sulla base delle pulsioni dell'io (estremizzazione dei diritti soggettivi). Questa teoria ha fatto arrabbiare chi si ritiene cattolico liberale, eccependo l'insegnamento di alcuni studiosi americani (Rodney Stark), i quali ritengono che il capitalismo nasca non dal calvinismo (Max Weber), ma dal cristianesimo stesso, e che Gesù non fosse mai stato anticapitalista. La prova? La parabola dei talenti. I talenti che l'uomo deve moltiplicare, esattamente come il profitto, il capitale.
Ma a parte, la facile obiezione sulla non coincidenza e sovrapposizione tra categorie umane e categorie divine (è un punto dirimente: Gesù non è mai stato contro nessuno, semmai pro), ritengo che la parabola dei talenti si riferisca ad altre cose donateci da Dio, ad altri doni superiori (spirituali) da moltiplicare (non il capitale), come ad esempio, la virtù, il bene, l'intelligenza, la bellezza, l'amore. E se il tema è il denaro, credo che la scelta tra Dio e Mammona sia estremamente chiara (il che non vuol dire che il cristiano debba esaltare il pauperismo o la fuga dal mondo). Infatti, Giovanna Jacob ci ricorda la definizione del capitalismo: il capitale che, opportunamente reinvestito in beni e servizi, moltiplica se stesso...come unica condizione per fare la felicità degli individui e portare benessere tra gli uomini.
Decodificato, vuol dire che il centro, il soggetto in questione non è il bene, o l'uomo, ma il capitale, che prima vengono le strutture (le condizioni materiali da governare e soddisfare), poi le sovrastrutture (dimensioni spirituali, morali, religiose, esistenziali, la felicità, come punto d'arrivo). Ben inteso, tutte ricette legittime e giustificate storicamente dalla povertà che c'era nei secoli passati e non solo (la fame nel mondo, la crisi economica, la povertà sono argomenti attuali); ma questo è Karl Marx, questo è materialismo storico (il primato dell'economia) che unisce sia il pensiero liberale, sia il pensiero marxista, in quanto risalenti tutti e due all'Illuminismo (le cui origini scaturiscono dal Rinascimento; da quando l'uomo ha cominciato progressivamente ad affrancarsi da Dio, dalla Verità, dal dogma, dalla teologia, divenendo di fatto uomo-Dio); valori risalenti alla Rivoluzione francese (i due filoni cugini, quello liberale del 1789, e quello giacobino di Robespierre, successivo al 1792), per approdare nella Rivoluzione comunista del 1917.
Cos'hanno in comune liberalismo e comunismo? Apriamo un dibattito in casa cattolica. Abbiamo detto, il primato dell'economia, il concetto di proprietà (pubblica, per il comunismo; privata, per il liberalismo), concetto che solo Proudhon ha abolito; e l'egemonia di classe (la borghesia, per il pensiero liberare; il proletariato, per il pensiero comunista).
Torniamo al punto: solo la ricchezza, il capitale (moltiplicato) assicurano il bene? Ecco la risposta: “prima e dopo” l'economia, ci deve essere qualcosa che regola e migliora l'economia. Si chiama “primato della politica” e aggiungerei della morale.
Confutiamo un luogo comune che oggi è diventato un Vangelo rovesciato: il mercato, il profitto, l'economia, sarebbero neutri, una sorta di ideologia universale, religiosa, indiscutibile. Che lascerebbe ai singoli la libertà di scegliere. Assolutamente no: l'economia non è neutra, necessita di regole, leggi e concezioni di vita. A monte e a valle. I cattolici, su questo punto si sono fatti mettere nell'angolo. Non possono parlare di Verità (anche prima della libertà), pena l'accusa di teorizzare uno Stato etico o confessionale.
Quindi, “prima e dopo” l'economia, il profitto, il capitale, ci deve essere una comunità organizzata secondo regole, leggi, valori. Cioè, una polis, una res-publica, uno Stato, che li deve orientare verso un principio, un obiettivo superiore al capitale, al profitto, al mercato: il bene comune, l'interesse generale, l'equità, la giustizia sociale, la sussidiarietà, la tutela dei deboli e dei poveri (sono i cardini della dottrina sociale della Chiesa). Il capitalista, che magari ha raccolto il suo talento di intelligenza imprenditoriale, non può farlo. Per Dna. Ha il compito e la competenze per creare, produrre ricchezza, ma non di stabilire le regole per la società, né di distribuire la ricchezza (ruolo che spetta allo Stato, all'entità pubblica). Il pensiero liberale vede come fumo negli occhi tale ipotesi, ma non pensa allo Stato, pensa allo statalismo (degenerazione partitica e politica dello Stato), pensa all'assistenzialismo (degenerazione partitica del Welfare), pensa allo Stato-deificato (comunismo, nazismo, fascismo); da qui le varie ricette sulla deregulation e sulle privatizzazioni, ormai ricette considerate oggettive.
Evidentemente Giovanna Jacob ha in mente il comportamento virtuoso degli Olivetti o dei Ferrero. Uomini straordinari, individualmente cattolici, ma comunque all'interno di un meccanismo legato al profitto (pena, la morte dell'azienda), che hanno goduto di legami, di freni morali, di vincoli familiari e territoriali, grazie a una società per riflesso ancora cristiana, come è stata quella italiana degli Anni '50 e '60. Ora quella società non esiste più: sommersa dal relativismo, dall'individualismo edonista, dal materialismo, dal nichilismo, dal '68, dal berlusconismo, dalla regressione culturale, e dall'uso compulsivo della realtà virtuale. Oggi l'imprenditore, se sopravvive alle tasse, alla burocrazia, pensa unicamente al profitto. Sbagliato, inoltre, considerare la famiglia come il primo esempio di capitalismo: nella famiglia si sperimenta la sussidiarietà (la protezione dei più deboli, il primato della comunità sull'individuo), non il profitto (semmai il risparmio).
Su tali punti i cattolici dovrebbero fare un passo in avanti, a livello di forma-mentis: i cattolici-liberali si incartano nel mito della responsabilità individuale, stentano a concepire la dimensione pubblica, da qui la mancanza assoluta di una cultura di governo; e i cattolici-progressisti si avventurano eccessivamente in utopie pauperiste troppo terrene. Cerchiamo di inaugurare, per l'avvenire, l'era dei cattolici e basta.
De Benoist, a proposito del pensiero gender, ci ha fornito una nuova chiave di lettura. Non morale, dottrinaria o religiosa, ma economica. Quando l'economia non si limita a gestire le necessità, ma si orienta verso la gestione del desiderio, il risultato è che si passa inesorabilmente (il desiderio per sua natura è illimitato), dall'economia di mercato alla società di mercato; si passa dal mercato al supermercato (l'annullamento di ogni legame familiare, sociale, identitario, storico, culturale, biologico, sessuale, nel nome e nel segno dell'homo oeconomicus): non è questa la cornice del pensiero gender? La società Frankenstein? Esiste un desiderio limitato? No. Lo dimostrano pure i desideri indotti, artificiali (il consumismo), creati a tavolino dalla macchina economica, produttiva, pubblicitaria del capitalismo. Quanto le nostre scelte sono vere e non eterodirette, fabbricate? Il capitale, per sopravvivere, ha bisogno di consumatori continui, altrimenti non si auto-genera più, non si auto-riproduce. E implode.
Quanta ricchezza, invece, nel messaggio delle Beatitudini, indicazione di Gesù, per vivere un vita felice, una vita sobria, consapevole di un'altra ricchezza...spirituale.
Ultima domanda: lo Stato può ragionare da azienda? No. Ecco il motivo per cui non può essere unicamente governato dalla logica del capitalista-imprenditore. Settori come la sanità, l'istruzione, il diritto alla casa, possono essere vincolati al profitto (un conto è la gestione dei beni e servizi, che può pure rispondere a criteri imprenditoriali, un conto è la mission)? Settori nevralgici dello Stato (sicurezza, esteri, lavoro, energia) possono finire in mano ai privati o peggio, alle multinazionali estere? Il made in Italy, settori identitari come l'agricoltura, l'agroalimentare, possono essere acquistati e svenduti, in omaggio al mercato globale?
Insomma, può esistere, naturalmente attualizzato, una sorta di nuovo controllo pubblico dell'economia? Parlo del primato del bene comune, dell'interesse generale? Niente di straordinario, era il pensiero di don Sturzo. Cerchiamo di andare avanti e non tornare indietro, dietro schemi superati. Ma ben vengano le polemiche e i dibattiti. Servono a crescere.
sources: LA CROCE - QUOTIDIANO
http://www.aleteia.org/it/economia/articolo/cosa-unisce-gesu-marx-capitalismo-ideologia-gender-parabola-talenti-5876157530505216
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19.06.2014. Le origini dell'ideologia "gender". Legami culturali pericolosi che affondano le radici nel satanismo
di Gian Domenico Daddabbo. Il 2010 è l'anno in cui in Argentina furono approvati i matrimoni fra persone dello stesso sesso con tanto di “diritto d'adozione”. Con buona pace dei cristiani tiepidi, gay-friendly e politically correct che usano le parole del Santo Padre «Chi sono io per giudicare un omosessuale?» in base alle loro deduzioni e non di certo sulla base degli insegnamenti della Chiesa, l'allora Cardinal Jorge Mario Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires e attuale Papa Francesco (ma guarda un po'!), scrisse una lettera alle suore carmelitane di Buenos Aires in cui il Presule metteva in guardia dall'ideologia gender.
Nel testo scritto il 22 Giugno 2010, il futuro Papa avvertì che dietro a questa legiferazione scellerata sulla famiglia c'è l'invidia del diavolo, “attraverso la quale - si legge nel testo - il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una mossa del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio”. Il padre della menzogna è infatti Satana, pertanto l'allora porporato spiegava in maniera inequivocabile che non c'è inganno peggiore che l'equiparazione di una coppia dello stesso sesso a una coppia di coniugi formata da uomo e donna, infatti unire due persone dello stesso sesso in un cosiddetto “matrimonio” significa equiparare l'una all'altra, per cui è inutile che ci raccontiamo storie.
Il giornalista cattolico Massimo Introvigne ci fa notare che l'ideologia di genere trova le sue origini nel femminismo e lo spiega molto bene lo storico svedese Per Faxneld nel suo libro “Satanic Feminist”. L'intento di Faxneld non è di critico, piuttosto analitico, tanto che lui stesso si dichiara femminista e manifesta simpatia per alcuni dei personaggi astenendosi da giudizi di valore. “Il quadro che emerge è comunque impressionante,- spiega Introvigne - al di là di valutazioni di singoli personaggi su cui il dibattito è aperto e gli specialisti”. Il giornalista cattolico afferma in seguito che faxneld individua due tipi di satanismo: uno in senso stretto, l'altro in senso lato.
Il primo è la venerazione diretta di satana presentato nella Bibbia, con tanto di riti religiosi attuati da persone che si schierano apertamente dalla parte del principe delle tenebre. L'altro è la promozione e l'esaltazione di satana da persone che non credono nella sua esistenza e lo rappresentano come simbolo di ribellione e di riscatto attraverso un'avversione che spinge verso l'odio, a riguardo Introvigne ci offre l'esempio del poeta massonico italiano Giosué Carducci (1835-1907) con il suo “Inno a Satana”, in cui il letterato presenta il diavolo come simbolo del progresso.
Lo storico Faxneld mostra anche come satana viene esaltato anzitutto dai socialisti e poi dai comunisti e infine dagli anarchici e viene visto come motore delle ribellioni contro le gerarchie tradizionali, la religione e la proprietà privata. I riferimenti a satana più originali sono tratti dal socialismo americano che ha prodotto la rivista “Lucifer” a cavallo fra i secoli XIX e XX e dalla socialdemocrazia svedese la quale, prima di “imborghesirsi” come partito di governo, propose nel 1886 “I dieci Comandamenti di Lucifero” ai lavoratori svedesi, un vero e proprio scimmiottamento dei Comandamenti di Dio, come il Venerabile arcivescovo statunitense Fulton John Sheen lo avrebbe definito, infatti recitano gli ultimi due di questi “Comandamenti”: “Non desiderare la donna d'altri, a meno che sia lei a desiderare te, ma desidera la roba del vicino e portagliela via appena puoi”.
Ancor prima che nella politica, la rilevanza della società teosofica che distingue fra Satana come immagine del male e Lucifero, di cui viene proposta una chiave di lettura gnostica, si afferma anzitutto nella letteratura con il romanzo detto “gotico”, genere tipico delle letterature inglese e francese. Tipico esempio di questo genere che Introvigne ci illustra è “Dracula” dell'irlandese Bram Stoker (1847-1912). Come il romanzo gotico in generale, Stoker presenta le figure diaboliche come “i cattivi” che tuttavia finiscono affascinare il lettore più rispetto ai buoni. Il fascino verso il male ci porta al nocciolo della questione del testo di Faxneld, ossia l'ideologia di genere legata al satanismo.
Tale legame deriva dalla poesia romantica inglese che offre un'interpretazione rovesciata della caduta di Adamo ed Eva rispetto agli insegnamenti della Chiesa. Questa poesia proclama che nel Giardino dell'Eden, satana ha offerto a Eva la possibilità di riscattarsi dal controllo patriarcale di Dio e di Adamo, in definitiva viene celebrato come liberatore delle donne, ma anche degli uomini, visto e considerato che Eva, dopo aver mangiato, offre del frutto proibito al marito (Cfr Genesi 3,6-7). Come simbolo di avversione e del rovesciamento, il demonio diviene anche maestro della donna e dell'uomo e insegna a entrambi a scegliere liberamente la loro identità di genere, di conseguenza l'angelo ribelle imprime il suo sigillo sulla scelta omosessuale.
Alla luce di questa interpretazione del brano della Genesi sul peccato originale, Massimo Introvigne cita lo storico anticlericale Jules Michelet (1798-1874) il cui libro “La Strega” del 1862 dipinge le streghe del Medioevo come donne libere, spesso capaci di reinventarsi un'identità maschile o affermarsi lesbiche. La visione offerta da Michelet emerge in modo ancor più chiaro in autrici meno note come Renée Vivien (pseudonimo di Pauline Mary Tarn, 1877-1909) e le romanziere americana e britannica Mary MacLane (1881-1929) e Sylvia Townsend Warner(1893-1978), anch'esse lesbiche.
Ciò dimostra come è stretto il legame fra satanismo e ideologia gender, tanto che a tal punto bisognerebbe domandarsi dal satanismo in senso lato a quello in senso stretto e tuttavia il confine fra i due è molto sottile e non sempre evidente. Con la sua analisi, lo storico svedese Faxnell arriva a dimostrare che il femminismo, l'ideologia di genere e la promozione dell'omosessualità nascono dall'interpretazione rovesciata delle vicende bibliche della rivolta di Lucifero e della caduta di Adamo ed Eva. Tale interpretazione, come abbiamo accennato, è prettamente simbolica e viene offerta da intellettuali che non credevano né in Dio né nel diavolo e alla fine alcuni di questi intellettuali, senza alcuna ambiguità, sono arrivati a servire quest'ultimo.
La ricerca accademica dello storico svedese sembra confermare le intuizioni dell'allora Cardinal Bergoglio nella sua lettera del 2010 e, prima di lui, quelle della scuola cattolica contro-rivoluzionaria. Ancora di più la preoccupazione del futuro Papa Francesco sono confermate nel Messaggio per la XLVI Giornata Mondiale per la Pace (01 Gennaio 2013) in cui Papa Benedetto XVI ribadisce l'urgenza di riconoscere e promuovere la struttura naturale del matrimonio, fondato sull'unione fra uomo e donna “rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa” (dal Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace 2013). Neanche a farlo apposta, nello stesso anno, lo Spirito Santo ha nominato nuovo Papa quello stesso Cardinal Bergoglio che tre anni prima nella sua Buenos Aires aveva con franchezza messo in guardia dal dilagare dell'ideologia gender e la battaglia continua...
Qui l'originale
sources: IL BLOG DI SIMONE VENTURINI
http://www.aleteia.org/it/stile-di-vita/contenuti-aggregati/le-origini-dellideologia-gender-5776257174208512
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04.05.2015. Polemica in Messico: i bambini hanno diritti sessuali?
Sessualizzarli in modo così precoce è un passo verso lo sdoganamento - tra le altre cose - della pedofilia?
Attualmente si parla molto del fatto che i bambini e i giovani possano godere senza alcuna restrizione degli stessi diritti degli adulti, inclusi i cosiddetti diritti sessuali e riproduttivi, “perché la loro giovane età – si dice in genere – non li rende persone a metà o incomplete”. Alla luce di questa premessa, si segnala, tra le altre cose, che i bambini e i giovani hanno il diritto di godere di una vita sessuale salutare e piacevole, di esercitare le proprie preferenze sessuali senza discriminazione e di accedere a metodi anticoncezionali sicuri, accessibili e di qualità.
Ma cosa implicano queste disposizioni in materia di diritti umani per i nostri bambini e i nostri giovani? Ha espresso la sua opinione a questo proposito il dottor Rodrigo Iván Cortés Jiménez, esperto della materia.
Cortés Jiménez – che a metà aprile ha partecipato alla 48ma Sessione della Commissione per lo Sviluppo e la Popolazione delle Nazioni Unite – segnala che se c'è qualcosa di allarmante è il fatto che a Città del Messico sia stata approvata una legge che contempla una fascia di età molto ampia per la gioventù, visto che viene considerato “giovane” ogni cittadino tra i 10 e i 29 anni e non si fanno distinzioni a livello di età in materia dei cosiddetti “diritti sessuali e riproduttivi”. “Ci troviamo di fronte a una normatività perversa, tra i cui eccessi c'è il diritto di cambiare sesso, che implica un'operazione chirurgica, che deve inoltre essere pagata dal Governo a spese dell'erario pubblico”.
“Questo, tra le altre cose, implica l'ordinamento legale approvato, che fortunatamente deve ancora essere approvato dall'Esecutivo locale”, ha commentato.
L'aspetto più grave di questa legge, ha osservato Cortés Jiménez, è che esclude la tutela dei figli da parte dei genitori a vantaggio del fatto di dare compimento a questi cosiddetti “diritti sessuali e riproduttivi”, che non appaiono né nella Costituzione messicana né in alcun trattato vincolante a livello internazionale. “La norma, per com'è scritta, lascia i genitori senza la possibilità di orientare i propri figli in questo senso, perché starebbero violando il loro diritto di esercitare liberamente la propria sessualità”.
Cortés Jiménez, che è anche docente di Filosofia Politica e Sociale, ha commentato che a livello federale il Presidente messicano, Enrique Peña Nieto, mediante un'iniziativa inviata al Congresso dell'Unione ha proposto l'esercizio di questo tipo di diritti, il che ha suscitato un forte dibattito al Senato della Repubblica e successivamente alla Camera dei Deputati, istanza che ha ricevuto una ferma richiesta da parte delle organizzazioni della società civile, che hanno chiesto di eliminare l'espressione “diritti sessuali e riproduttivi”.
“In virtù di ciò, i principali gruppi parlamentari hanno deciso di escluderla dall'iniziativa originaria. Nella Camera dei Senatori è stata ratificata questa esclusione, ed è emerso molto chiaramente l'atteggiamento del Messico sul tema, un atteggiamento sovrano espresso attraverso entrambe le camere del Congresso dell'Unione”.
Sul piano internazionale, ha aggiunto che di recente, nella 48ma Sessione della Commissione per lo Sviluppo e la Popolazione delle Nazioni Unite, ci sono stati Paesi come l'Argentina, gli Stati Uniti e la Norvegia che insistevano sul fatto di considerare questi diritti come norme internazionali, il che ha rappresentato un punto di discussione sul quale non c'è stato consenso, e questo organo internazionale è rimasto senza un documento conclusivo.
“La Santa Sede, la Bielorussia, il gruppo dei Paesi africani e quello dei Paesi arabi hanno chiesto che il tema dei diritti sessuali e riproduttivi venisse eliminato dal tavolo di discussione, mentre per quanto riguarda la delegazione messicana, visto che c'era divisione, esisteva il rischio che il suo Paese che si unisse a quelli che proponevano di includere questi diritti nella normativa internazionale, ma alla fine si è deciso di non sottoscrivere quel punto”.
Cortés Jiménez ha detto che al di là del fatto che alla fine il Messico si sia astenuto dal pronunciarsi a favore di questa iniziativa, a livello nazionale risulta preoccupante che in materia di popolazione, come ad esempio nella cosiddetta Strategia Nazionale di Prevenzione delle Gravidanze Adolescenziali, si mantenga l'espressione “diritti sessuali e riproduttivi”, perché trasgredisce quanto concordato dal Congresso dell'Unione.
“Questa espressione è stata promossa, contro la sovranità nazionale, da gruppi difensori dei cosiddetti diritti LGBT e da alcune forze politiche, argomentando in modo falso che è una disposizione legale di taglio internazionale. Abbiamo già visto cos'è accaduto nella Commissione per lo Sviluppo e la Popolazione, in cui non si è ottenuto alcun consenso e non si è riusciti ad arrivare a un documento conclusivo, soprattutto perché non si avalla questa espressione”.
“Per questo”, ha osservato, “nel nostro Paese nessuno può appellarsi giuridicamente alla definizione 'diritti sessuali e riproduttivi' dei bambini e dei giovani, perché né a livello nazionale né a livello internazionale esiste un documento vincolante che la sostenga; si tratta di un inganno, un'insistenza da parte di gruppi con interessi molto specifici. Questo risponde da una parte a una grave ideologizzazione dei gruppi radicali, dall'altra a interessi economici delle industrie che sono dietro tutto questo, soprattutto quella farmaceutica”.
Per risolvere il problema, devono prevalere i criteri riconosciuti a livello internazionale, contenuti in diversi documenti dell'ONU questi sì vincolanti, in cui si riconosce che il benessere dei bambini e delle bambine va di pari passo con il diritto e il dovere dei genitori di educare e vegliare sullo sviluppo dei propri figli, curandone la crescita e le varie tappe.
“Non è la stessa cosa educare a livello sessuale un bambino di 5 anni e un adolescente di 15, né un ragazzo di 29; non si possono neanche slegare tutte le funzioni che ha la sessualità nella persona umana per ridurla a un mero piacere”, ha concluso.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: SIAME
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23.04.2015
Suicidi gay? Il dott. Gandolfini ha ragione, non dipendono dall’omofobia
I dati raccontano altro se anche in paesi del nord Europa maggiormente 'gay friendly' i suicidi sono maggiori degli eterosessuali
La “macchina del fango” Lgbt è stata nuovamente attivata, questa volta la vittima è il prof. Massimo Gandolfini, noto neuroscienziato e primario di neurochirurgia alla fondazione Poliambulanza di Brescia, il quale durante un convegno ha criticato chi attribuisce all’omofobia l’alto tasso di suicidi e disturbi delle persone omosessuali, mostrando invece che essi permangono anche nelle società apertamente gay-friendly.

Il prof. Gandolfini ha quindi criticato gli educatori che instillano nei bambini con identità confusa la vocazione a “farsi omosessuali”, affermando: «Un eventuale “Disagio identitario” va affrontato nella prospettiva del supremo interesse del bimbo. Lo scopo dell’educazione non è scoprire l’orientamento sessuale del bambino per poi indirizzarlo da quella parte perché la sua scelta è libera. E se scopriamo una cosa che si chiama “disagio identitario”, lo scopo dell’educatore non è quello di correre dietro al disagio identitario ma è quello di cercare di indirizzare verso una coerenza questo disturbo verso il proprio psichismo».


Il giornalista e militante Lgbt (così lo definiscono i blog queer) Simone Alliva ha subito pubblicato su “L’Espresso” un articolo diffamatorio verso il prof. Gandolfini, sostenendo che «per gli omosessuali italiani dunque si propongono cure, correzioni». E’ la solita ridicola accusa della lobby gay a chi risulta fastidioso per i propri progetti, probabilmente Alliva sarà chiamato a rispondere delle sue accuse in apposite sedi. Già che c’è, dovrebbe tuttavia  anche spiegare (a noi) con quale coerenza etica può conciliare la sua attività di militante Lgbt e giornalista dell’“Espresso” con la stima del suo stesso datore di lavoro per lo psichiatra Eugenio Borga, definito, giustamente, dalla rivista «uno dei più grandi psichiatri italiani» e «un grande maestro». E’ infatti risaputo che il dott. Borgna è un deciso oppositore alle teorie Lgbt, sopratutto per quanto riguarda matrimonio e adozioni per persone dello stesso sesso. Effettivamente un vero “grande maestro”, come lo definisce l’Espresso per cui lavora il giornalista pro gender.

Sinceramente non ci interessa molto parlarne ma visto che la questione è emersa dobbiamo entrare nel merito della questione: non si può che sostenere la posizione del prof. Gandolfini. L’alto tasso di suicidi e disturbi psico-fisici tra persone di omosessuali è purtroppo un dato di fatto, confermato da numerosi studi e dalle stesse associazioni Lgbt. Segnaliamo per un approfondimento il sintetico comunicato del Ministero della Salute della città di New York per quanto riguarda il tasso di suicidi e disturbi di gay e lesbiche. Il problema è quando si attribuiscono tali dati unicamente alle colpe dell’omofobia: oltre all’inesistenza del fenomeno omofobia (tant’è che nella “cattolica” Italia il ddl Scalfarotto è stato dimenticato da tutti, senza problemi), tale spiegazione fatica a conciliarsi con l’evidenza che nei Paesi dichiaratamente gay-friendly non si assiste ad alcuna diminuzione o sparizione degli alti tassi di disturbi nella comunità omosessuale. I dati citati sono perciò dovuti a cause endogene (cioè legati in qualche modo alla tendenza omosessuale stessa o allo stile di vita gay) oppure a cause esogene (all’omofobia sociale)?

Molti, come accennato, scelgono la seconda risposta. Ma tanti omosessuali sostengono che il problema è in realtà sia lo stile di vita gay, come ha ben spiegato, ad esempio, Simon Fanshawe, importante scrittore omosessuale e intellettuale inglese. Luis Pabon, giovane omosessuale, ha fatto discutere annunciando: «Non voglio più essere gay. Sono approdato nella comunità gay alla ricerca di amore, intimità e fratellanza. Ciò che ho trovato è: sospetto, infedeltà, solitudine e mancanza di unione. In questa comunità, c’è talmente tanto disgusto di sé stessi che si incontrano continuamente uomini a pezzi, autodistruttivi, che sanno solo ferire, che sono crudeli e vendicativi gli uni contro gli altri», si sperimenta «unaimmoralità diabolica che ti porta alla distruzione quotidiana. Non ne vale la pena, non più. Ho scelto di dissociarmi da uno stile di vita al di fuori della morale e della bontà. Vivere la vita gay è come infatuarsi di un cattivo ragazzo, di cui all’inizio desiderate spasmodicamente l’attenzione e l’amore, ma che alla fine vi fa ribrezzo. Io non ci sto più» (tradotta anche su “Gay.it”). Matthew Todd, drammaturgo e redattore della rivista gay inglese “Attitude”, ha definito “il problema dei problemi” il preoccupante aumento dei tassi di malattie mentali e problemi di dipendenza tra gli uomini gay, spiegando: «C’è questo luogo comune», ha accusato, «che passiamo tanto tempo a fare festa, ma in realtà noi lo sappiamo bene e le ricerche ora lo dimostrano: c’è un inferno di gay infelici, un alto numero di depressi, ansiosi e con istinti suicidi, che abusano di droghe e alcol e che soffrono di dipendenza sessuale, tassi molto più elevati di comportamento auto-distruttivi. La vita gay è incredibilmente sessualizzata. I ragazzi entrano in questo mondo sessualizzato dove c’è un sacco di alcol e un sacco di droga, non c’è nulla di sano, dolce o rilassato».
Evidentemente c’è qualcosa che non torna, non a caso numerosi studi danno ragione alla spiegazione di questi omosessuali “eretici”. Una ricerca su Archives of General Psychiatry, ad esempio, ha concluso: «Mentre vi è un crescente consenso sul fatto che i giovani omosessuali hanno un aumentato rischio di comportamenti suicidari e problemi di salute mentale, i processi che portano a queste associazioni rimangono poco chiari. Sebbene tali risultati sono solitamente interpretati come conseguenze di atteggiamenti omofobici e pregiudizi sociali, sono possibili anche spiegazioni alternative. Queste includono: (1) la possibilità che tali associazioni siano artefatte a causa di problemi di misurazione e disegni di ricerca, (2) la possibilità di una casualità reversibile: i giovani inclini a disturbi psichiatrici sono più inclini a sperimentare attrazione omosessuale;(3) la possibilità che le scelte di vita fatte dai giovani omosessuali li mettano a maggior rischio di eventi avversi e aumentati rischi di problemi di salute mentale». Altri studi hanno rilevato che la maggior parte dei tentativi di suicidio sono dovuti ai problemi derivanti da una relazione omosessuale (rottura del rapporto, litigi…), tanto che il British Journal of Psychiatry ha sostenuto: «Può essere che il pregiudizio della società contro gay e lesbiche porti ad una maggiore angoscia. Tuttavia, la psicologia gay e lesbica può anche portare ad assumere stili di vita che rendono queste persone più vulnerabili al disturbo psicologico».

In un’indagine su “Archives of General Psychiatry”, condotta sui disturbi psico-fisici di oltre 7000 cittadini olandesi, è stato riconosciuto un altissimo tasso di problematiche tra le persone omosessuali, nonostante l’Olanda sia in cima alle graduatorie per assenza di omofobia. La stessa ricerca è stata replicata qualche anno più tardi, evidenziando nuovamente che l’omosessualità è significativamente correlata con suicidalità e disturbi mentali, nuovamente riconoscendo che «persino in un paese con un clima relativamente tollerante nei confronti dell’omosessualità, gli uomini omosessuali sono esposti ad un rischio suicidario molto più elevato rispetto agli uomini eterosessuali». Una recente ricerca condotta in Danimarca, anch’esso tra i Paesi ritenuti all’avanguardia dal mondo Lgbt e massimamente tollerante verso l’omosessualità, ha rilevato che nel corso dei primi dodici anni di legalizzazione delle unioni omosessuali (1990-2001) per gli uomini omosessuali legalmente sposati, il tasso di suicidio è stato otto volte maggiore di quello di uomini che hanno una unione eterosessuale e il doppio rispetto a quello di uomini single. Il tasso di suicidalità tra gli uomini coinvolti in n una unione omosessuale è risultato il più alto rispetto ad ogni altro dato sulla suicidalità in soggetti con tendenze omosessuali. Nello stesso Paese, una importante ricerca (condotta su 6,5 milioni di danesi tra il 1982 e il 2011), ha evidenziato come la suicidalità tra uomini sposati con un uomo sia quattro volte quella di uomini sposati con una donna e molto più alta rispetto a qualsiasi altra condizione (solitudine, divorzio, vedovanza). Lo stesso accade in Norvegia e Svezia, altri paesi definiti il “paradiso dei gay”, ma già studi più datati (anno 1995) negavano che la stigmatizzazione fosse la causa diretta del suicidio delle persone omosessuali.
I disturbi purtroppo vissuti dalle persone omosessuali, dunque, permangono ad alti livelli anche in società massimamente tolleranti verso l’omosessualità: trarre conclusioni certe non è possibile, così come risulta chiaramente confutata la tesi che vorrebbe incolpare il presunto fenomeno dell’emergenza omofobia. Come è stato scritto in una ricerca pubblicata sul Journal of Human Sexuality nel 2010: «le persone con attrazione per lo stesso sesso (SSA) hanno una varietà deplorevolmente elevata di problematiche sulla salute mentale e ci sono prove che questo è molto meno dovuto alla pressione sociale di quanto comunemente si suppone». Bisognerebbe quindi includere nelle cause anche la possibilità di una causa endogena, come ha fatto il dott. Gandolfini. Potrebbe dipendere dallo stile vita gay, come riferiscono molti omosessuali, oppure dall’inclinazione stessa, d’altra parte ogni persona che assume un comportamento omosessuale, infatti, vive permanentemente un contrasto e una contraddizione tra il dato biologico e fisiologico del proprio corpo -le cui diverse parti sono permanentemente e oggettivamente predisposte a completarsi grazie all’incontro con il corpo di una persona dalla sessualità a lui complementare ed opposta (e non identica)- e il dato psicologico. Ilconflitto interno tra corpo e psicologia non è senza esiti e questo disordine potrebbe purtroppo trasformarsi in un disagio, provocando disturbi e altre conseguenze. E’ anche ciò che sosteneva similarmente Sigmund Freud.

Negare strenuamente tutto questo, senza prenderlo nemmeno in considerazione addossando le colpe al complotto anti-gay della società universale, significa ignorare la drammaticità di questi dati e di queste persone, e, questo sì, trasformarsi in omofobi. Come è stato giustamente scritto su Notizie Pro Vita, «il risultato – nel migliore dei casi – è quello di seppellire il male di vivere e il dolore nel profondo, sotto un monte di bugie e di illusioni».

QUI L'ORIGINALE
sources: UNIONE CRISTIANI CATTOLICI RAZIONALI
http://www.aleteia.org/it/scienza/contenuti-aggregati/suicidi-gay-maggiori-anche-in-paesi-gay-friendly-5892210104991744