Lorenzino da Marostica,

L'omicidio rituale ebraico e l'odio anticristiano
                     Il Beato Lorenzino da Marostica, l'omicidio rituale ebraico, il revisionismo storico dei modernistiForze armate nel mondo: per riflettere… »

ARIEL TOAFF e LE PASQUE DI SANGUE              
di Agobardo
(SìSì NoNo, Anno XXXIII, n. 3, del 15 febbraio 2007)
Introduzione
Il Libro di Ariel Toaff, (Pasque di Sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Bologna, Il Mulino, 2007)[1] inizia con un’importante impostazione metodologica, che permette al lettore di affrontare l’argomento dell’omicidio rituale senza pregiudizi né pro né contro.
L’accusa del sangue potrebbe sembrare una favola medievale a chi vi si accostasse senza conoscere la mentalità, la cultura, la storia e la religiosità, che in alcuni casi sconfina nella superstizione, del giudaismo askenazita (benché sembri che tale pratica non avesse luogo esclusivamente presso gli askenaziti, dato che A. Toaff scrive: «esso [teorema dell’omicidio rituale] si applicava quasi esclusivamente al mondo ebraico askenazita»[2]). Purtroppo è vero che alcuni, antisemiti o cristiani, hanno voluto sostenere a priori la veridicità dell’accusa di omicidio rituale cercando di forzare i fatti per confermare una tesi preconcetta. Altri, filosemiti, (oggi maggioritari), hanno negato e negano tuttora all’omicidio rituale verosimiglianza storica. A. Toaff, invece, imposta la sua ricerca proponendosi di «indagare sulle credenze di quegli uomini […], che erano accusati […], di crocifissione rituale»[3], perché non è corretto, secondo il Nostro, basarsi esclusivamente sullo studio dei persecutori (tribunali inquisitoriali), sulla loro ideologia e sul loro odio antigiudaico e trascurare totalmente la disamina del mondo religioso, culturale ed etnico, dell’ ebraismo (specialmente) askenazita. Ciò può condurre fuori strada, facendo vedere solo una parte della realtà e impedendo di scorgere l’altra.
 Il mondo askenazita
 Secondo lo studioso israelita (che insegna Storia del medioevo e del rinascimento) bisogna imboccare la strada di una ricerca scientifica e seria «sulle loro [dei giudei askenaziti] effettive o presumibili motivazioni religiose, teologiche e storiche»[4]. Anzi, proprio la mancanza di uno studio serio sulla realtà del mondo askenazita «ha facilitato la cecità, intenzionale o involontaria, di studiosi cristiani o ebrei, filosemiti o antisemiti»[5].
Il pregiudizio, la passione, la fretta, la volontà capricciosa e propria influiscono sul giudizio dell’ intelletto, e ogni uomo (ebreo o cristiano, filosemita o antisemita) vi è soggetto e quindi può emettere delle conclusioni non oggettive e serene, ma intenzionali e preconcette o soggettive. Il libro di A. Toaff aiuta a capire un mondo, che è totalmente estraneo ai non-ebrei, i quali non possono giudicare rettamente di ciò che non conoscono pienamente. Quindi, si dovrà «in primo luogo indagare sugli atteggiamenti mentali dei protagonisti del dramma del sacrificio rituale, sulle loro credenze religiose e gli elementi superstiziosi e magici che le accompagnavano. Dovremmo prestare la dovuta attenzione a quelle concezioni che rendevano plausibile l’omicidio rituale»[6].
In realtà, ogni religione conosce delle deviazioni verso la superstizione: è facile vedere dei cristiani che consultano meticolosamente l’oroscopo, cambiano direzione se un gatto nero traversa loro la strada, hanno in automobile sia la corona del rosario che il corno di corallo rosso. Anche il giudaismo ha le sue deviazioni superstiziose, come riconosce A. Toaff, e l’omicidio rituale sarebbe una di queste[7]. I protocolli dei processi, specialmente quello di Trento (1475, beato Simonino), «non potranno essere liquidati con l’assunzione che rappresentino soltanto […] le credenze dei giudici, i quali avrebbero raccolto le confessioni dettate e pilotate con mezzi coercitivi […] in odio agli ebrei»[8]. Infatti, vi sono molti elementi nei protocolli processuali che si rifanno a concetti, riti e pratiche liturgiche «tipici ed esclusivi di un mondo ebraico particolare, che in nessun modo possono essere attribuiti alla suggestione di giudici e prelati»[9]. Non perché – si badi bene – i cristiani non potessero mentire, ma perché questi concetti e questi riti erano custoditi segretamente e gelosamente dagli ebrei askenaziti, che li tramandavano solo oralmente, o, se li scrivevano, usavano un codice criptato, che solo loro potevano capire. Dunque, i giudici non potevano mettere tali confessioni in bocca agli ebrei; anzi addirittura stentavano a capirne il significato. «In molti casi, ciò che gli imputati dicevano era incomprensibile ai giudici, spesso [anche] perché il loro discorso era inzeppato di formule ebraiche […], pronunciate alla tedesca, […] che neppure gli ebrei italiani [dell’ Italia centro-meridionale] avrebbero potuto intendere»[10].
 Cabala e Talmud
Ancor oggi, gli storici fanno fatica a capire l’intero significato del crimine rituale, che non è commesso solo in dispregio di Gesù (parodia della Crocifissione) e per odio dei cristiani (torture e atroci tormenti inflitti alle vittime), ma anche per scopi terapeutici. A. Toaff spiega che «il dettato della Torah [intesa qui non solo come legge mosaica scritta, ma anche come tradizione orale rabbinica, poi messa per iscritto nel Talmud] si riferiva a sangue animale, che era sempre proibito, mentre consentiva di cibarsi di sangue dell’uomo, soprattutto se si trattava di cristiani, nemici dichiarati degli ebrei e del giudaismo […]. Il divieto di cibarsi di sangue umano […] che era proibito tra gli ebrei, non necessariamente era altrettanto vietato nei rapporti tra ebrei e cristiani […]. Il divieto di cibarsi di sangue umano era per gli ebrei assoluto e rigido quando si trattava di sangue fuoriuscito dalle vene di ebrei, ma ammesso e persino raccomandato quando proveniva dal corpo di cristiani e di bambini cristiani in particolare»[11]. Lo scopo poteva essere anche “religioso” o, meglio, superstizioso: il sangue dell’avversario (in questo caso il cristiano) conferirebbe a chi se ne impossessa e lo assume una forza preternaturale e misteriosa.
Recentemente si è saputo che (ai nostri giorni, non nel medioevo) anche militari europei e cristiani – non solo gli animisti e i cannibali dell’Africa nera – mangiavano il cuore e il fegato dei loro nemici, credendo di rendersi invincibili[12]. Ora, perché meravigliarsi se uno studioso, per di più israelita, afferma che alcuni elementi religioso-magici del giudaismo askenazita contengono la teoria e la pratica dell’assunzione del sangue? Infatti il mondo askenazita, «sopravvissuto a massacri e conversioni forzate […], continuava a vivere traumaticamente quegli avvenimenti, in uno sterile sforzo di capovolgerne i significati, riequilibrando e correggendo la storia. Era un mondo […] imbevuto di riti magici ed esorcismi, nel cui orizzonte mentale si confondevano spesso medicina popolare e alchimia, occultismo e negromanzia […]. La Cabala pratica, che questi ebrei seguivano più o meno in segreto, era da assimilarsi in tutto e per tutto alla magia nera e alla negromanzia»[13]. A.Toaff prosegue: «i testi della Càbala pratica […], i ricettari di cure segrete, composti per lo più in terre tedesche, anche i più recenti, [non solo quelli medievali, dunque] sottolineano i poteri emostatici e restrittivi del sangue giovane, soprattutto sul taglio della circoncisione […]. Abbiamo qui a che fare con prescrizioni antiche […], ristampate più volte sino ai giorni nostri»[14].
La tortura
All’obiezione che le confessioni degli ebrei accusati di sacrifici rituali erano estorte con la tortura e quindi non devono essere ritenute valide, il prof. Toaff risponde che «almeno dagli inizi del Duecento, nei Comuni dell’Italia settentrionale, il loro [delle torture] uso era disciplinato non solo dai trattati, ma anche dagli statuti […] in presenza di indizi gravi e fondati e in casi considerati da podestà e giudici di reale necessità. Successivamente le confessioni estorte in questo modo, per essere ritenute valide , andavano confermate dall’inquisito in condizioni di normalità, cioè non sotto la costrizione del dolore o della minaccia dei tormenti»[15]. Onde l’Autore scrive che bisogna usare una grande prudenza metodologica «volendo concludere che gli omicidi, celebrati nel rito della Pasqua, non fossero soltanto miti […], ma piuttosto riti effettivi, propri di gruppi organizzati, e forme di culto realmente praticate»[16].
Secondo il professor Ariel Toaff, uno dei motivi dell’uso del sangue cristiano andrebbe ricercato oltre che nella volontà di vendetta degli ebrei askenaziti per le vessazioni subite dai cristiani durante la prima crociata, anche nella credenza magico-superstiziosa di poter affrettare l’avvento del messia ebraico, così come si era ritenuto di fare «con i suicidi e gli infanticidi [di bambini ebrei, per impedire che fossero battezzati] di massa “per amor di Dio” nel corso della prima crociata […] come irrazionale strumento di pressione per condizionare [la volontà di Dio] […]. In questa ricerca non ci potremo stupire se metteremo in luce usi e tradizioni legati a esperienze irripetibili, rivelatisi assai più radicati della norma religiosa, pur collegandosene agli antipodi»[17]. Dunque, l’omicidio rituale, secondo A. Toaff, se da una parte è una deviazione segreta dalla regola religiosa del giudaismo, dall’altra è una tradizione ancora più forte e radicata della stessa religione pubblica talmudica. Chiaramente ciò non autorizza ad incolpare tutti gli ebrei talmudisti di infanticidio, come aveva già rilevato il cardinal Ganganelli nel XVIII secolo.
Lo studioso israeliano ci dice che gli askenaziti specialmente «avrebbe[ro] fatto uso per la necessità del rito [del Seder della Pesach] […], di sangue essiccato e polverizzato, sciogliendolo nel vino ed impastandolo nel pane azzimo»[18]. Uno degli scopi di tale pratica era quello di affrettare «il ritorno degli ebrei nella Terra promessa»[19].
Non solo i cristiani (anche se principalmente loro) furono vittime di uccisioni rituali, ma anche i pagani. Infatti il prof. Toaff ricorda che «Dione Cassio, scrivendo della ribellione di Cirene (115 dell’era volgare), si premurava di riferire disgustato che i giudei usavano far banchetto con le carni dei nemici greci e romani caduti in battaglia […], si tingevano il corpo con il loro sangue»[20]. Inoltre, l’Autore cita un passaggio criptico e “problematico” del Talmùd (Ketubot 102b) «che potrebbe essere interpretato come una conferma indiretta del fenomeno (…), dei sacrifici umani in epoca antica»[21]. Il testo in questione recita: «gli eredi lo hanno scannato (shachatuhu) alla vigilia di Pasqua. “Sappiamo – commenta Toaff – che il verbo ebraico shcahat ha il significato di “scannare”, “uccidere”, ma anche di “immolare”, nel caso si tratti di sacrifici […]. Se nel caso in questione si trattasse della semplice uccisione del bambino, compiuta dai suoi eredi a scopi di lucro, del tutto pleonastica risulterebbe la precisazione che il fatto di sangue si sarebbe compiuto “alla vigilia della Pesach” […]. È opportuno sottolineare che la lezione “lo hanno scannato (o immolato) alla vigilia di Pasqua”, compare in tutte le versioni manoscritte e antiche del trattato Ketubot e nella prima edizione del Talmùd stampata a Venezia nel 1521 da Daniel Bomberg. Più tardi, senza dubbio allo scopo di difendersi dalle accuse di omicidio rituale, lanciate da chi nel frattempo aveva scoperto le potenzialità di questo testo imbarazzante, gli editori ebrei del Talmùd, lo sostituivano con una lezione più anemica e meno problematica: “lo hanno scannato alla vigilia del Capodanno”»[22].
La tratta degli schiavi cristiani
 Vi è un altro punto, molto inquietante messo in luce dal Nostro: quello «legato alla tratta degli schiavi, praticata in larga scala dagli ebrei d’occidente, soprattutto nel IX e nel X secolo, quando il loro ruolo in questo commercio sembra essere stato preponderante»[23]. Toaff cita numerosi casi di ratti di bambini cristiani da parte di mercanti ebrei. La prima testimonianza scritta risale a S. Agobardo, Arcivescovo di Lione (816- 840); questi bambini venivano castrati e venduti ai musulmani di Spagna[24].
Ariel Toaff sfata anche la credenza, secondo la quale gli omicidi rituali sarebbero avvenuti solo in epoca tardo-medievale. Infatti «Socrate Scolastico, storico della Chiesa del V secolo, nella sua Historia Ecclesiastica (VII, 16) riferisce di un fatto accaduto nel 415 a Inmestar, vicino ad Antiochia, in Siria. Gli ebrei locali, impegnati in gozzoviglie e giochi intemperanti per festeggiare il Purim […] presero un bambino cristiano, lo legarono ad una croce e ve lo impiccarono»[25]. Inoltre Toaff spiega che nel Midrash viene avanzata l’ipotesi che Abramo abbia effettivamente versato il sangue d’Isacco che successivamente Dio avrebbe resuscitato; tale esempio sta alla base dei suicidi e infanticidi di massa di ebrei tedeschi e avrebbe poi portato all’uccisione rituale di bambini cristiani[26]. Il talmudismo, dunque, ha volutamente ignorato il racconto biblico, per preferirgli quello midrashico, nel quale Isacco viene immolato realmente: «in tal modo conferendo a questi testi [Midrash] nuova vita, essi [gli askenaziti] intendevano trovare sostegno morale alle loro azioni [infanticidi rituali]»[27] che erano in contraddizione con i precetti biblici. Altro motivo religioso, traslato talmudicamente in spargimento di sangue cristiano, è quello del passaggio dell’angelo sterminatore nelle case degli egiziani, che (a differenza di quelle degli israeliti ) non erano state segnate col sangue: «per la Càbala […] rappresentava la potenza e la severità del giudizio divino, che si vendicava sulle genti d’Egitto uccidendone i figli […]. Per lo Zohar, Dio, passando oltre le porte dei figli d’Israele, tinte di sangue non soltanto li avrebbe protetti dall’angelo della morte, ma li avrebbe guariti dalla ferita della circoncisione, effettuata loro collettivamente per la prima volta […]. Così il sangue della circoncisione, quello dell’agnello pasquale e quello dei morti in difesa della propria fede si mescolano tra loro […], affrettando la redenzione finale d’Israele e persuadendo Dio a compiere atroce vendetta sui figli di Edom, i cristiani, responsabili delle tragedie subite dal popolo ebraico»[28].
Da questi fatti e teorie Toaff conclude che «in sostanza, le cosiddette “confessioni” degli imputati ai processi di Trento relative ai rituali del Seder e delle Haggadah di Pasqua si rivelano precise e veritiere […]. I riscontri sono sempre puntuali»[29]. Lo spargimento di sangue cristiano è davvero e in senso stretto “rituale”, dacché «l’uso del sangue d’infante cristiano nella celebrazione della Pasqua ebraica era apparentemente oggetto di una normativa minuziosa […], con meticolosa precisione […], sottoposto ad una casistica ampia ed esauriente»[30]. Quanto alla data di nascita di tali pratiche magico-sanguinarie, si può dire che «il rito era basato su antiche tradizioni trasmesse, per ovvi motivi di prudenza, oralmente […]. Quando […] si fossero formate, e perché, rimaneva […] un enigma […]. [Si] attribuiva vagamente queste tradizioni ai rabbini del Talmùd (Judei sapientiores in partibus Babiloniae), che le avrebbero introdotte in epoca molto antica prima che il cristianesimo raggiungesse il suo attuale potere»[31], ossia anteriormente al 313-381 (editti di Costantino e Teodosio).
L’Autore fa notare come queste espressioni e pratiche del giudaismo askenazita si trovino nel Toledoth Jeshu, libro segreto, interno al giudaismo tedesco, che i giudici e gli inquisitori cristiani del tardo medioevo non conoscevano, ma che queste espressioni e pratiche si riscontrano nei verbali o protocolli degli interrogatori degli accusati di crimini rituali, i quali «ricordava[no] la raccomandazione di evitare la diffusione dell’antirito della passione di Gesù»[32]. (Anche qui non ci si deve meravigliare, dato che la “messa nera”, comunemente ammessa dai sociologi e dai satanisti stessi, è un “antirito” della Messa cattolica, la quale è il rinnovamento incruento della passione di Cristo, scimmiottato dagli askenaziti nell’ infanticidio rituale). Dagli atti del processo di Trento risulta che gli accusati avevano rivolto a Gesù, nella persona di Simonino (christianus alter Christus) un sermone pieno di insulti volgari in cui «Gesù veniva presentato come nato da un adulterio, mentre Maria, donna notoriamente di facili costumi, sarebbe stata per di più fecondata durante il periodo mestruale contro ogni regola»[33]. Ora, argomenta l’Autore, è impensabile che i giudici cristiani, che avrebbero pilotato la confessione, «fossero esperti conoscitori dei testi del Toledoth Jeshu» o che qualche ebreo reo confesso e debole di mente (tale Lazzaro da Serravalle) «avesse dato libero sfogo alla sua fantasia, inventando le particolari tematiche anticristiane della predica di Samuele [il dotto della compagnia]»[34]. Certe notizie non potevano essere farina del sacco di cristiani, né di ebrei incolti o labili di mente. «Nella polemica anticristiana gli ebrei askenaziti non andavano tanto per il sottile e i tragici eventi di cui erano vittime […] servivano loro da giustificazione per un odio senza compromessi, ingiurioso nelle parole e violento nei fatti, almeno quando ciò era possibile»[35].
Non deve sorprendere il fatto che molti infanticidi fossero commessi dentro le sinagoghe: «la sinagoga […], era il luogo più adatto a conferire solennità ed efficacia sacrale [e rituale] agli anatemi, agli improperi e agli insulti, spesso accompagnata dall’esibizione di una gestualità aggressiva e irridente […]. Si maledicevano con toni stentorei i cristiani con imprecazioni che non si possono ascoltare»[36]. Già Tertulliano e poi s. Giovanni Crisostomo, mettevano in guardia i cristiani dal frequentare le sinagoghe, chiamate “case del diavolo” (Crisostomo) e “fonti di persecuzioni” (Tertulliano). Quanta vergogna nel vedere oggi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI varcare le soglie (non della speranza, ma) della sinagoga di Roma (1986) e di Colonia (2006), non per essere “immolati” («quello che hanno fatto a Me lo faranno anche a voi») , ma per celebrare l’ “olocausto” del XX secolo, in onore del popolo che resterebbe sempre eletto!
L’«affare di Damasco» e il sionismo
Dopo l’omicidio rituale del padre cappuccino Tommaso da Calangiano, nel 1840, a Damasco, tredici ebrei furono imprigionati e condannati a morte dal governatore di quella città. In quell’occasione si mosse, soprattutto e subito, l’ ebraismo europeo con Mosè Montefiore (Inghilterra) e Adolfo Cremieux (Francia). Essi ottennero dal pascià d’Egitto di far rilasciare i tredici condannati, grazie ad un notevole “aiuto” economico dei Rotschild. Nel 1843 nasceva il B’nai B’rith in America, che tanto ruolo ha avuto nella nascita del sionismo politico e, dopo l’affare Mortara, (1859) nacquero il Board of Delegates of American Israelites (1859) e l’Alliance Israelite Universelle (1860). Queste due associazioni riuscirono a «costituire un autorevole gruppo di pressione sul potere politico»[37]. La professoressa Iurlano dell’Università di Lecce spiega che l’affare di Damasco «segnò uno spartiacque nel mondo ebraico americano ed europeo, perché per la prima volta ebrei di differenti nazionalità riuscirono ad attuare un’azione concertata in difesa di alcuni di loro […]. Il più recente esito di una tale consapevolezza, noto come sionismo, può in larga misura trovare le sue radici lì (…). Prima del 1840 ciò che corrispondeva al sionismo era un qualcosa di sostanzialmente religioso e di solo inconsciamente nazionale»[38]. Riccardo Calimani spiega ancor meglio che Moses Hess, ispiratore di Carlo Marx e anticipatore di Teodoro Herzl nell’ideare il sionismo, rifletté approfonditamente sull’omicidio rituale di Damasco (specialmente sul processo e l’assoluzione che ne era seguita grazie alla pressione esercitata da gruppi israelitici ben organizzati ed influenti) e nel suo libro Roma e Gerusalemme (1862) ne trasse la conclusione che il «popolo calunniato da tutto il mondo, disperso in tutte le terre»[39] doveva avere “la sua terra sotto i propri piedi”. Il medesimo Calimani definisce l’ infanticidio rituale «un’accusa medievale, che evocava i miti della cospirazione ebraica mondiale, mirante a rovesciare l’ordine costituito del mondo cristiano»[40]. Ora, il libro del prof. Ariel Toaff dimostra, in maniera storica, che l’accusa del sangue non è infondata. Se ne potrebbe trarre la conclusione che anche la cospirazione ebraica mondiale non sia un mito. Il professor Sergio Luzzatto (docente di Storia moderna all’ Università di Torino), che non può essere certamente accusato di antisemitismo, ha scritto sul Corriere della Sera (6 febbraio 2007) che il libro di Toaff «propone una tesi originale […], sconvolgente […]. Alcune crocifissioni di putti cristiani – o forse molte – avvennero davvero».
Considerazioni
 Il libro è costato al prof. Toaff sette anni di ricerche, due anni accademici di lezioni agli studenti dell’Università ortodossa di Bar-Ilan in Israele, è stato rivisto da numerosi esperti e dopo due anni di ponderazione è stato consegnato alle stampe. Esso è corredato da circa cento pagine di note (su trecentocinquanta di testo), le quali spaziano dai testi classici già conosciuti a chi ha studiato l’accusa del sangue, sino a quelli più recenti di cui forse non tutti hanno avuto conoscenza. Vedi bibliografia che va da pagina 325 a 346.
La televisione, i giornali dapprima si sono interessati a questo libro, ma quando l’Autore è stato ‘scomunicato’ da tredici rabbini italiani (ivi incluso suo padre Elio, ex rabbino capo di Roma) minacciato di licenziamento dall’Università in cui insegna (finanziata da ebrei ortodossi americani), e perfino di morte (“se nei secoli è stato versato tanto sangue ebreo, ora ne sarà sparso dell’altro: il tuo”, è uno dei tanti messaggi che ho ricevuto, ha confidato Toaff al quotidiano israeliano Maariv), il silenzio e l’ ostracismo hanno avvolto il suo lavoro. Ariel Toaff ha dichiarato (ad Enrico Mentana) che sarebbe stato “disposto a farsi crocifiggere piuttosto che rinnegare la verità storica”, ma poi si è arreso ha ritirato il libro dal commercio, non perché infondato, ma solo in quanto i mass media avrebbero potuto distorcelo a danno del suo popolo. «La sua non è un’abiura. Toaff separa il contenuto del libro da quel che se ne è detto. Non ne discute il valore storiografico, ma il modo imprudente in cui il libro è stato comunicato» (Il Giornale, 14. II. 2007). La casa editrice Il Mulino dovrà devolvere all’ “Anti Defamation League” del B’nai B’rith il ricavato delle vendite, che sarà devoluto in ‘beneficenza’. Infine, il parlamento israeliano ha convocato il professor Toaff per lunedì 26 febbraio 2007, alle ore 9 e 30 locali, di fronte alla “Commissione educazione” della Knesset[41].
Solo qualche accademico italiano, in mezzo al Crucifige generale, ha espresso qualche perplessità. Il professor Angelo d’Orsi dell’ Università di Torino ha detto che «il giorno dopo l’uscita della recensione di Sergio Luzzatto […], è stata emessa una fatwa da parte della comunità israelitica [se ciò fosse accaduto in ambiente cattolico o musulmano, che sarebbe successo?] […]. Qui c’è una comunità, quella israelitica, che esercita un potere di interdizione culturale e politico»[42]. «Il parlamento d’Israele condanna il libro di Toaff – intitola Libero del 27 febbraio 2007 – […] alcuni deputati chiedono un processo, su internet appare una petizione per licenziarlo […] possibilità di interdire ad Ariel Toaff l’accesso alla sinagoga». La questione è grave. È come se in Italia negli anni Settanta il parlamento avesse messo sotto accusa Renzo De Felice, perché i suoi libri su Mussolini mettevano in discussione la vulgata della “Repubblica nata dalla Resistenza” e l’interpretazione del fascismo come male assoluto. In realtà De Felice ha infranto un tabù in Italia, come Nolte in Germania, e come Toaff in Israele. Però, mentre i primi due sono stati contestati duramente da partiti politici, da vari “intellettuali”, da “studenti”, ma non dal parlamento, invece l’unico Stato democratico del Medio-Oriente (Israele) ha inquisito Ariel Toaff molto poco democraticamente. Non è questa una contraddizione, un abuso d’autorità o qualcosa di anomalo? A me sembra di sì. Se qualcuno osa far luce su fatti scomodi, o anche solleva solo un dubbio accademico, al quale chiede che si risponda con argomenti storicamente scientifici, viene intimidito, licenziato, contestato e, se la questione riguarda la storia ebraica, addirittura è scomunicato, incarcerato (vedi in Italia la proposta di legge Mastella e decreto legge Mancino) e forse anche ucciso.